Primo Levi, Se questo è un uomo

 

presentazione dell’opera

Romanzo autobiografico pubblicato per la prima volta nel 1947.

 

Intervista

L’annullamento della personalità, il degrado dell’essere umano alla condizione di animale, la privazione della dignità: che cos’è tutto questo se non una morte anticipata, una morte ancora più grave, non fisica, bensì spirituale?.

Tutto nei campi di sterminio era finalizzato al raggiungimento di questo obiettivo, dalla scritta sul cancello d’entrata fino all’orchestra che scandiva le ore di lavoro. Anche i kapò, come ricorda Levi, erano vittime e allo stesso tempo carnefici di questa progressiva distruzione della personalità. L’essere umano è  da considerarsi tale in quanto insieme di domande, di memorie, di emozioni, di sentimenti, di pensieri, tutti fattori che all’interno del Lager venivano ridotti al minimo e dai meno forti addirittura abbandonati, per lasciare posto agli istinti animali, dettati dalla sopravvivenza. Questa è la cosa più terribile che veniva attuata, perché, anche nella schiavitù, un uomo ha la capacità di rimanere tale, di rimanere se stesso, pur subendo angherie, sopraffazioni. Nei Lager no, il target primario era l’annullamento totale, del corpo e dell’anima: a queste persone non era neanche consentito morire da esseri umani, ma da animali. 

 

Il testo seguente è  tratto da un’intervista effettuata a Primo Levi nel 1982 per la trasmissione televisiva ”Sorgente di vita”.

 

Si può ottenere secondo lei l’annullamento dell’umanità dell’uomo?

 

Purtroppo si, purtroppo si. E direi che è proprio la caratteristica del lager nazista - degli altri non so , perché non li conosco, forse in quelli russi avviene altrettanto - è di annullare la personalità dell’uomo, all’interno e all’esterno, e non soltanto del prigioniero, ma anche del custode del Lager perde la sua umanità; sono due itinerari divergenti, ma che portano allo stesso risultato: Direi  che è toccata a pochi la fortuna di conservarsi consapevoli durante la prigionia; alcuni hanno riacquistato la consapevolezza di cosa era stata questa esperienza dopo, ma durante l’avevano persa. Molti hanno dimenticato tutto, non hanno registrato le loro esperienze mentalmente, non le hanno incise nel nastro della memoria, per così dire. Quindi avveniva si, sostanzialmente in tutti una profonda modificazione delle personalità, con una attenuazione della sensibilità, soprattutto, per cui della casa, le memorie della famiglia, passavano in secondo piano di fronte al bisogno urgente , alla fame, al bisogno di difendersi dal freddo, al difendersi dalle percosse, al resistere alla fatica. Tutto questo portava a delle condizioni che si potevano chiamare animalesche, come quelle degli animali da lavoro. […]

 

( “La Stampa”, Torino, domenica 26 gennaio 2003, p. 19)

 

Introduzione

Il campo di sterminio è stato organizzato fin dall’inizio per distruggere l’umanità dei deportati, oltre che sterminarli. E dalla testimonianza di Levi si può capire che i nazisti sono riusciti anche in questo, sebbene lentamente, togliendo al deportato tutto quanto possedeva, spingendolo a lottare per obiettivi a prima vista futili, ma indispensabili alla sopravvivenza.

 

Le persone erano vuote e come degli spettri si aggiravano nel campo seguendo la routine imposta dai nazisti. Dopo pochi giorni all’interno del campo i deportati rinunciavano già a ribellarsi o soltanto  guardare male una SS. Avevano compreso che l’unica cosa importante era mangiare quel poco che veniva distribuito. Di conseguenza cercavano di ingannare gli altri e di derubarli, non essendoci più posto né per la gratitudine né per il rispetto.

 

Ma è interessante notare come appena il campo venne abbandonato, i valori umani vengono recuperati velocemente. I nazisti, quindi, erano riusciti ad “animalizzare” l’uomo, ma allo stesso è bastato poco per ritornare indietro e recuperare le capacità di pensare, riflettere, essere generoso e provare gratitudine, che sono tipiche dell’uomo.

 

 

passi scelti

 

1.     Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case

Questa poesia costituisce la Prefazione di“Se questo è un uomo”.

Essa riassume in sé il contenuto del libro stesso e la sua funzione di testimonianza e di ammonimento per le generazioni future.

 

Se questo è un uomo

 

“Voi che vivete sicuri

Nelle vostre tiepide case,

Voi che trovate tornando a sera

Il cibo caldo e visi amici:

 

   Considerate se questo è un uomo

   Che lavora nel fango

   Che non conosce pace

   Che lotta per mezzo pane

   Che muore per un sì o per un no.

   Considerate se questa è una donna,

   Senza capelli e senza nome

   Senza più forza di ricordare

   Vuoti gli occhi e freddo il grembo

   Come una rana d’inverno.

 

Meditate che questo è stato:

Vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore

Stando in casa andando per via,

Coricandovi alzandovi;

Ripetetele ai vostri figli.

  

   O vi si sfaccia la casa,

   La malattia vi impedisca,

   I vostri nati torcano il viso da voi.”

 

 

(Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 1976, p.1)

 

 

2.     La solitudine e la forza dell’uomo

L’uomo, ogni singolo uomo, è solo. Nessuno lo può aiutare. I legami di sangue sono svaniti, le amicizie non sussistono. Dio, in un momento tale, non esiste. O è molto lontano.

Questa frase riassume l’intero orrore dei campi di sterminio, di tutti i campi di sterminio della storia dell’umanità, non solo quelli nazisti.

Questa frase è il momento della scelta: trovare se stessi, saggiare la base del proprio essere, oppure annegare nell’oblio. Nessuno di noi può sapere quale potrebbe essere la sua scelta, in tali condizioni: per chi non è parte in causa, è molto facile schierarsi.

Non si tratta di coraggio, di orgoglio, di rabbia; nulla di tutto ciò. Si tratta di trovarsi faccia a faccia con il proprio io, nudi, sospesi nel nulla; si tratta di urlare la propria umanità, più forte, o meno, dipende da sé, di tutta la disumanità di una massa numerosa, urlante, forte della violenza. Si tratta di annichilire in un solo momento tutti coloro i quali credono di poter distruggere altro che il corpo dei propri avversari. Si tratta di rendere impotente chi crede di essere il più forte, senza sfiorarlo con un dito.

Se chi sta di fronte avesse ancora un barlume di lucidità, capirebbe; del resto, se avesse ancora un barlume di lucidità, non porterebbe la parte in causa fino ad un tale bivio.

 

Forse è egoismo: affermare il proprio io su tutto ciò che sta intorno, affermare la propria inviolabilità sino al punto di annullare l’esistenza di chi si pone come oppressore.

 

Non mi toglierai il nome: troverò in me la forza di conservarlo, e sarai tu stesso, con il tuo odio, con il tuo disprezzo, a donarmi tale forza; tu stesso ti distruggerai per l’inutile desiderio di annullare il mio corpo. È questo ciò che un osservatore esterno riesce a pensare.

 

Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.

 

(Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 1976, p.

 

3.     La facoltà di negare il consenso

In questo brano è rappresentata la lotta quotidiana dei deportati per rimanere umani. Una lotta combattuta contro l’intera concezione di Lager, studiata a tavolino per annientare l’animo degli uomini prigionieri.

Sono descritte le fatiche e le rinunce che il campo di sterminio imponeva: la possibilità di lavarsi con la consapevolezza di sporcarsi completamente in breve tempo; molti si attaccavano anche a queste piccole cose pur di rimanere uomini, di mantenere una dignità che li differenziasse dai musulmani, gli uomini, se così si potevano chiamare, ormai stanchi di vivere e lottare che non aspettavano altro che la morte.

 

Steinlauf mi vede e mi saluta, e senza ambagi mi domanda severamente perché non mi lavo. Perché dovrei lavarmi? starei forse meglio di quanto sto? [...] Più ci penso, e più mi pare che lavarsi la faccia nelle nostre condizioni sia una faccenda insulsa, addirittura frivola: un’abitudine meccanica, o peggio, una lugubre ripetizione di un rito estinto. Morremo tutti o stiamo per morire: se mi avanzano dieci minuti fra la sveglia e il lavoro, voglio dedicarli ad altro, chiudermi in me stesso, a tirare le somme, o magari a guardare il cielo e a pensare che lo vedo forse per l’ultima volta; [...] appunto perché il Lager è una gran macchina per ridurci a bestie, noi bestie non dobbiamo diventare; che anche in questo luogo si può sopravvivere, e perciò si deve voler sopravvivere, per raccontare, per portare testimonianza; e che per vivere è importante sforzarci di salvare almeno lo scheletro, l’impalcatura, la forma della civiltà. Che siamo schiavi, privi di ogni diritto, esposti a ogni offesa, votati a morte quasi certa, ma che una facoltà ci è rimasta, e dobbiamo difenderla con ogni vigore perché è l’ultima: la facoltà di negare il nostro consenso. Dobbiamo quindi, certamente, lavarci la faccia senza sapone, nell’acqua sporca, e asciugarci nella giacca. Dobbiamo dare il nero alle scarpe, non perché così prescrive il regolamento, ma per dignità e proprietà. Dobbiamo camminare dritti, senza strascicare gli zoccoli, non già in omaggio alla disciplina prussiana, ma per restare vivi, per non cominciare a morire.

 

(Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 1976, p. 35 – 36)

 

 

 

4.     Letti

I brani che seguono dimostrano il diverso modo in cui erano organizzati i "letti" dei prigionieri nei Lager e nei Gulag durante la Seconda Guerra mondiale, come attestano le opere di Levi e  di Solzenicyn. Inoltre permettono di intravedere quelle piccole differenze che nei Lager riducono l’uomo a mero strumento di lavoro, nei gulag consentono la sopravvivenza delle caratteristiche umane.

 

Non so chi sia il mio vicino; non sono neppure sicuro che sia sempre la stessa persona, perché non l'ho mai visto in viso se non per qualche attimo nel tumulto della sveglia, in modo che molto meglio del suo viso conosco il suo dorso e i suoi piedi. Non lavora nel mio Kommando e viene in cuccetta solo nel momento del silenzio; si avvoltola nella coperta, mi spinge da parte con un colpo delle anche ossute, mi volge il dorso e comincia subito a russare. Schiena contro schiena, io mi adopero per conquistarmi una superficie ragionevole di pagliericcio; esercito con le reni una pressione progressiva contro le sue reni, poi mi rigiro e provo a spingere con le ginocchia, gli prendo le caviglie e cerco di sistemarle un po’ più in là in modo da non avere i suoi piedi accanto al viso: ma tutto è inutile, è molto più pesante di me e sembra pietrificato dal sonno."

 

(Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 1976, p.52)

 

Solo che la buona giornata l'aveva reso tanto di buon umore che gli sembrava di non avere più sonno. Andare a letto era una cosa semplice: bastava sollevare la coperta nerastra, sdraiarsi sul materasso (su un lenzuolo Suchov non dormiva dal '41, da quando, cioè, era partito da casa, e gli sembrava persino una cosa strana che le massaie si preoccupassero di lavare le lenzuola, un lavoro perfettamente inutile), sistemare la testa sul cuscino imbottito di trucioli, coprire i piedi con il giaccone imbottito, stendere sopra la coperta, la casacca, e , grazie a Dio, un'altra giornata era trascorsa.

 

(Aleksandr Solzenicyn, Una giornata di Ivan Denisovic, Einaudi, Torino, 1963, p.163)   

 

 

5.     Considerate la vostra semenza

 

All’episodio prendono parte Levi e Jean, il pikolo della baracca, mentre si stanno dirigendo velocemente per mettersi in fila per avere la loro razione di zuppa. Egli esprime il desiderio di imparare l’italiano e a Levi viene in mente il canto di Ulisse della Divina Commedia. Quasi senza pensarci si trova a recitarlo, mentre Jean attentissimo cerca di ripetere. Levi si aggrappa a quei ricordi, è quasi come se non avesse inteso il vero senso del canto fino a quel momento.

Il passo può quasi essere definito un elogio alla letteratura consolatoria e, inoltre, se viene fatto il confronto tra il canto e la situazione in cui viene recitato, si trovano delle analogie e delle contrapposizioni estremamente significative: dall’elogio della virtù dell’uomo, in contrasto con la situazione, alla fine tragica della nave di Ulisse che sembra coinvolgere la barca di ogni uomo.

 

…Il canto di Ulisse. Chissà come e perché mi è venuto in mente: ma non abbiamo tempo di scegliere, quest’ora già non è più un’ora. Se Jean è intelligente capirà. Capirà: oggi mi sento da tanto.

…Chi è Dante. Che cosa è la Commedia. Quale sensazione curiosa di novità si prova, se si cerca di spiegare in breve che cosa è la Divina Commedia. Come è distribuito l’Inferno, cosa è il contrappasso. Virgilio è la Ragione, Beatrice la Teologia.

Jean è attentissimo, ed io comincio, lento e accurato:

 

Lo maggior corno della fiamma antica

Cominciò a crollarsi mormorando,

Pur come quella cui vento affatica.

Indi, la cima in qua e in là menando

Come fosse la lingua che parlasse

Mise fuori la voce, e disse: Quando…

 

Qui mi fermo e cerco di tradurre. Disastroso: povero Dante e povero francese! Tuttavia l’esperienza pare che prometta bene: Jean ammira la bizzarra similitudine della lingua, e mi suggerisce il termine appropriato per rendere “antica”.

E dopo “Quando”? Il nulla, Un buco della memoria. “Prima che sì Enea la nominasse”. Altro buco. Viene a galla qualche frammento non utilizzabile: “…la pietà Del vecchio padre, né’l debito amore Che doveva Penelope far lieta…” sarà poi esatto?

 

…Ma misi me per l’alto mare

 

Di questo sì, di questo sono sicuro, sono in grado di spiegare a Pikolo, di distinguere perché “misi me” non è “je me mis”, è molto più forte e più audace, è un vincolo infranto, è scagliare se stessi al di là della barriera, noi conosciamo bene questo impulso. L’alto mare aperto: Pikolo ha viaggiato per mare e sa cosa vuol dire, è quando l’orizzonte si chiude su se stesso, libero diritto e semplice, e non c’è ormai che odore di mare: dolci cose ferocemente lontane.

Siamo arrivati a Kraftwerk, dove lavora il Kommando dei posacavi. Ci dev’essere l’ingegner Levi. Eccolo, si vede solo la testa fuori dalla trincea. Mi fa un cenno con la mano, è un uomo in gamba, non l’ho mai visto giù di morale, non parla mai di mangiare.

“mare aperto”. “Mare aperto”. So che rima con “diserto”: “…quella compagna Picciola, dalla qual non fui diserto”, ma non rammento più se viene prima o dopo. E anche il viaggio, il temerario viaggio al di là delle colonne d’Ercole, che tristezza, sono costretto a raccontarlo in prosa: un sacrilegio. Non ho salvato che un verso, ma vale la pena di fermarcisi:

 

…Acciò che l’uom più oltre non si metta.

 

“Si metta”: dovevo venire in Lager per accorgermi che è la stessa espressione di prima, “ e misi me”. Ma non ne faccio parte a Jean, non sono sicuro che sia un’osservazione importante. Quante altre cose ci sarebbero da dire, e il sole è già alto, mezzogiorno è vicino. Ho fretta, una fretta furibonda.

Ecco, attento Pikolo, apri gli occhi e la mente, ho bisogno che tu capisca:

 

Considerate la vostra semenza:

Fatte non foste a  viver come bruti,

Ma per seguir virtute e conoscenza.

 

Come se anch’io lo sentissi per la prima volta: come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento, ho dimenticato chi sono e dove sono.

Pikolo mi prega di ripetere. Come è buono Pikolo, si è accorto che mi sta facendo bene. O forse è qualcosa di più: forse, nonostante la traduzione scialba e il commento pedestre e frettoloso, ha ricevuto il messaggio, ha sentito che lo riguarda, che riguarda tutti gli uomini in travaglio, e noi in specie; e che riguarda noi due, che osiamo ragionare di queste cose con le stanghe della zuppa sulle spalle.

 

Li miei compagni fec’io sì acuti…

 

…e mi sforzo, ma invano, di spiegare quante cose vuol dire questo “acuti”. Qui ancora una lacuna, questa volta irreparabile. “…Lo lume era di sotto della luna” o qualcosa di simile; ma prima?… Nessuna idea, “keine Ahnung” come si dice qui. Che Pikolo mi scusi, ho dimenticato almeno quattro terzine.

-         ça ne fait rien, vas-y tout de meme.

 

…Quando mi apparve una montagna, bruna

Per la distanza, e parvemi alta tanto

Che mai veduta non ne avevo alcuna.

 

Sì, sì, “alta tanto”, non “molto alta”, proposizione consecutiva. E le montagne, quando si vedono di lontano…le montagne…oh Pikolo, Pikolo, di’ qualcosa, parla, non lasciarmi pensare alle mie montagne, che comparivano nel bruno della sera quando tornavo in treno da Milano a Torino!

Basta, bisogna proseguire, queste sono cose che si pensano ma non si dicono. Pikolo attende e mi guarda.

Darei la zuppa di oggi per sapere saldare “non ne avevo alcuna” col finale. Mi sforzo di ricostruire per mezzo delle rime, chiudo gli occhi, mi mordo le dita: ma non serve, il resto è silenzio. Mi danno per il capo altri versi: “…la terra lagrimosa diede vento…” no, è un’altra cosa. E’ tradi, è tradi, siamo arrivati alla cucina, bisogna concludere:

 

Tre volte il fe’ girar con tutte l’acque,

alla quarta levar la poppa in suso

E la prora ire in giù, come altrui piacque…

 

Trattengo Pikolo, è assolutamente necessario e urgente che ascolti, che comprenda questo “come altrui piacque”, prima che sia troppo tardi, domani lui o io possiamo essere morti, o non vederci mai più, devo dirgli, spiegargli del Medioevo, del così umano e necessario e pure inaspettato anacronismo, e altro ancora, qualcosa di gigantesco che io stesso ho visto ora soltanto, nell’intuizione di un attimo, forse il perché del nostro destino, del nostro essere oggi qui…

Siamo oramai nella fil per la zuppa, in mezzo alla folla sordida e sbrindellata dei porta-zuppa degli altri Kommandos. I nuovi giunti ci si accalcano alle spalle. –Kraut und Ruben?- Kraut und Ruben-. Si annuncia ufficialmente che oggi la zuppa è di cavoli e rape: -Choux et navets.- Kaposzta es repark.

 

Infin che’l mar fu sopra noi rinchiuso

 

(Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 1976, pp. 100 - 103)

 

 

6.     La difficile libertà

Questo passo è molto importante perché racchiude in sé la condizione morale in cui si ritrovavano i deportati, ormai ridotti allo stremo delle forze, anche a causa del rigidissimo inverno.

Primo Levi sostiene che l’unica libertà ad Aushwitz era rappresentata dal suicidio, ma per convincersene avrebbe dovuto avere le forze ed il tempo necessario per attuarlo.

E’ la testimonianza di un uomo che sembra aver perso definitivamente la propria dignità umana e la speranza.

 

“24 gennaio. Libertà. La breccia nel filo spinato ce ne dava l’immagine concreta. A porvi mente con attenzione voleva dire non più tedeschi, non più selezioni, non lavoro, non botte, non appelli, e forse, più tardi, il ritorno. Ma ci voleva sforzo per convincersene e nessuno aveva tempo di goderne.”

 

(Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 1976, p. 152)

 

 

                                                                                                           

7.     Lo sguardo d’altri

La seguente frase di Levi colpisce particolarmente perché esprime il bisogno assoluto che l’uomo ha dei suoi simili, tanto che una parte dell’esistenza di ognuno appartiene a coloro che gli sono vicini. Anche in un contesto disumano come fu quello di Auschwitz questo istinto naturale non è mai venuto meno, persino nelle situazioni più dolorose e raccapriccianti. 

E siccome lì, nel campo di Auschwitz, quello che prima si chiamava “uomo” era diventato una “cosa”, non si può che considerare l’esperienza di ogni deportato non-umana; essa rispecchiava infatti il non essere uomo, l’aver superato ogni limite della sopportazione, l’annientamento della dignità umana, una condizione in cui la vita e la morte parevano la stessa cosa.

 

Parte del nostro esistere ha sede nelle anime di chi ci accosta: ecco perché è non-umana l’esperienza di chi ha vissuto giorni in cui l’uomo è stato una cosa agli occhi dell’uomo.

 

(Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 1976, p. 152)