Imre Kertesz, Essere senza destino
passi scelti
Il passo seguente è tratto dal romanzo autobiografico di Imre Kertesz, premio Nobel per la Letteratura nel 2002, deportato ad Auschwitz nel 1944 all’età di 15 anni.
L’autore vuole esprimere come per lui la felicità consistesse nell’essere sopravvissuto ad Auschwitz, considerando però il suo periodo di prigionia come l’insieme di tanti attimi, tanti minuti, tante ore e tanti giorni; proprio il trascorrere di ognuno di questi significava per lui essere felice o per lo meno raggiungere quello stato mentale che assomigliasse alla felicità. Ogni minima cosa che non fosse morte per Kertesz era quasi motivo per ritenersi fortunato. Questa visione esasperata della propria vita, ma comunque necessaria all’autore, dimostra quali erano le condizioni, in particolar modo psichiche, in cui dovevano annaspare i deportati.
Non esiste assurdità che non
possa essere vissuta con naturalezza e sul mio cammino, lo so fin d’ora, la
felicità mi aspetta come una trappola inevitabile. Perché persino là, accanto
ai camini, nell’intervallo tra i tormenti c’era qualcosa che assomigliava alla
felicità. Tutti mi chiedono sempre dei mali, degli “orrori”: sebbene per me,
forse, proprio questa sia l’esperienza più memorabile. Sì, è di questo, della
felicità dei campi di concentramento che dovrei parlare loro, la prossima volta
che me lo chiederanno.
(Imre
Kertesz, Essere senza destino, . Feltrinelli, Milano, 2002)